Due chiacchere con Sangiorgi al Corona di Faenza
Aprile 24, 2007
Quando lo incontriamo, Giordano Sangiorgi è tornato da pochi giorni dal Midem di Cannes, importe fiera del settore musicale. Sangiorgi, uno dei personaggi più importanti e controversi del mondo indipendente italiano, è il fondatore del MEI di Faenza – Meeting Etichette Indipendenti – e anima di moltissime iniziative che vogliono unire sotto un unico tetto realtà diversissime e talvolta difficilmente integrabili, con un solo intento: “difesa del mondo indipendente e del patrimonio musicale italiano”. Il Mei 2006 d’altro canto è stato la conferma d’un successo: a parte i numeri (30 mila presenze, 300 espositori, 50 delegazioni straniere) possiamo parlare d’un progetto che si consolida e dello sdoganamento di tutto il mondo indie nelle tv nazionali. Abbiamo parlato di questo e di altro un sabato mattina al Bar Corona di Faenza, aiutati da un paio di caffè.
Chi ha partecipato al MEI 2006 ha visto Pupo esibirsi e aggirarsi tra gli stand (pur se con Capone & BungtBangt). Sui palchi sono transitati personaggi come Dolcenera o Loredana Bertè, gli Assalti Frontali e gli Afterhours. Insomma, molti come me che frequentano la scena indie italiana sono quantomeno disorientati. Discografia indipendente, spiegaci allora qual è la tua visione delle cose.
GIORDANO SANGIORGI > Negli ultimi 10 anni è cambiata la concezione della produzione indipendente: non c’è più solo l’indie rock ma oggi ci sono tantissime produzioni totalmente indipendenti anche in area pop, jazz, folk, hip hop, punk, metal, e in tutti gli altri generi dal cantautorato all’elettronica, dall’avanguardia al reggae o allo ska. Se non ci fossero queste produzioni oggi non avremmo più proposte italiane visto che le major stanno compeltamente abbandonando lo scouting. Il MEI nei suoi ultimi anni è diventato così la “casa comune” di tutte le produzioni indipendenti, e questo ci rende orgogliosi. E per questo hai trovato, oltre gli artisti che hai citato, tutte produzioni indies, Piotta e Stefano Bollani, Virgianana Miller, Têtes de Bois e tanti altri. E etichette come la Ecm, la più importante indie di jazz europeo. Tutto questo è il MEI. La nostra prerogativa è valorizzare ogni iniziativa capace di erodere quote di mercato alle multinazionali, con la speranza che non venga cancellata entro pochi anni la nostra produzione indipendente nazionale di nuova musica, dato che rischiamo di non trovarla più nei portali o distribuita dai canali della telefonia ovvero i grandi distributori di musica per i nuovi appassionati – i ragazzi che oggi hanno dagli 11 ai 14 anni – e che al momento offrono in linea di massima solo i grandi successi del pop globale.
Non c’è il pericolo di ricreare altri casi-Mescal (una delle maggiori etichette indipendenti italiane che ha venduto alla EMI via-Capitol i contratti artistici di Perturbazione e Cristina Donà e una bella fetta del suo catalogo compresi i dischi di Afterhours, Subsonica, Mau Mau, Yo Yo Mundi e altri ancora), ovvero rendere inutile il lavoro di valorizzazione fatto?
GIORDANO SANGIORGI > Intanto , la Mescal è stata una dei soggetti che insieme a noi e tanti altri ha fatto grande la scena indie rock della metà degli anni ‘90. Il pericolo non c’è se si crea una rete dove ci si sostiene a vicenda, come ha fatto Slow Food. Dove scompaiano i protagonismi e ci sia la voglia di far fronte comune partendo dalla propria identità . Allora saremo più forti delle multinazionali. Altrimenti rischiamo di diventare un paese dove non si produce più ma si consuma soltanto. Un popolo di consumatori, insomma: basti l’esempio dei telefonini, siamo la nazione dove si possiedono più telefonini ma anche quella dove nessuno li fabbrica. La musica rischia di diventare così, come il cinema e tanti altri settori dell’intrattenimento: le multinazionali desiderano consumatori di musica omologata, identica in tutto il mondo. Noi potremmo rispondere con un grande progetto web che accolga tutta la nuova musica indie italiana e sia punto di riferimento a livello internazionale.
Slow Food però è guidata da criteri di qualità.
GIORDANO SANGIORGI > Certo, ed è giusto. Prima dobbiamo arrivare a un’unione solida, poi potremo inserire anche questi criteri.
Quindi per il momento va bene anche inserire tra gli invitati del MEI cantautori “reazionari”?
GIORDANO SANGIORGI > Intanto va condannata ogni canzone che fa apologia di reato come quelle sul fascismo, sul razzismo e sulla negazione dell’Olocausto; poi come Presidente del Museo della Resistenza di Cà di Malanca, la casa dove i miei genitori hanno combattuto l’occupazione nazifascista, direi proprio di no. Credo però che la forza di chi si sente democratico e progressista sia quella di includere tutti, anche quelli di cui non condivido le idee. E credo che il vero fascismo sia nelle censure. Comunque è il pubblico che deve decidere liberamente cosa ascoltare e noi dobbiamo conquistarlo con una proposta culturale valida.
Ogni anno – quando si partecipa al MEI – si ha come l’impressione che sia sempre l’ultimo. Quest’anno però avete già presentato la prossima e undicesima edizione al Midem di Cannes: anticipazioni?
GIORDANO SANGIORGI > Intanto, noi rilanciamo il MEI ogni anno solo dopo aver sentito gli espositori e gli operatori del settore. Noi facciamo una manifestazione di servizio che nasce dagli operatori stessi, infatti il 95% del cartellone è fatto dagli stessi partecipanti con le loro proposte. Quest’anno c’è stata grande soddisfazione da parte di tutti e così abbiamo presentato al Midem di Cannes le date del prossimo MEI, che si terrà dal 24 al 25 novembre con un’anteprima il 23. Abbiamo presentato il MEI 2007 davanti a centocinquanta persone, operatori del settore musicale provenienti da tutto il mondo, ed è stata una bella soddisfazione. Inoltre, tutta l’Europa si sta accorgendo del mondo indipendente italiano grazie anche alla norma degli sgravi fiscali alle indies presente in Finanziaria e già modello – dopo che l’avevamo chiesta a gran voce – per gli altri indipendenti di tutti gli altri paesi. Rimane un peccato che questo non sia successo dieci anni fa quando questo mondo godeva di miglior salute, ma comunque è incoraggiante.
È quantomeno curioso che il MEI, nonostante sia ad ogni edizione più grande e più importante, non registri mai grossi entusiasmi tra i partecipanti…
GIORDANO SANGIORGI > Devo dirti che quest’anno invece abbiamo registrato un entusiasmo pazzesco. Sono centinaia le mail e le telefonate di ringraziamento che abbiamo ricevuto subito dopo il MEI, così come le proposte di fare nuove cose per il 2007: un’area elettronica, i 30 anni degli Skiantos e di Materiali Sonori, i 20 anni di World Music. Comunque, i poco entusiasti sono in alcune piccole aree auto-referenziali. Ma è anche perché il MEI è diventata la casa di tutti i produttori indipendenti, senza esclusione di generi, e in casa ci si lamenta sempre – se si è tra fratelli e parenti diversi -, ma quando la si lascia non si vede l’ora di tornare indietro. Una casa nella quale hanno residenza tutte le diverse anime dell’area progressista musicale, un’unione che dia loro più voce nel panorama culturale del paese.
Una delle lamentele più insistenti sul MEI è quella proveniente dai musicisti che si sentono trattati male perché vedono spesso tagliati i propri live.
GIORDANO SANGIORGI > Non tagliamo nessuno, diamo a tutti lo stesso spazio democraticamente: dal più piccolo al più grande. In linea di massima cerchiamo di fare in modo che tutti abbiano lo spazio per suonare. E poi il MEI non vuole essere incentrato in alcun modo solo sui concerti, ma piuttosto vuole essere – e per fortuna molti l’hanno capito – un momento d’incontro e di discussione, e soprattutto di ascolto. Per uscire dai propri generi e aprirsi agli altri, per uscire dalla musica e entrare nel mondo del clip, della scrittura e dei diritti sulla musica. Ci interessa diminuire il valore del singolo protagonismo,già presente in dosi massicce nell’attuale tv berlusconiana: a noi interessano musicisti che siano anche operatori culturali e non chi arriva, suona, ripone gli strumenti e se ne va. È questo lo spirito che deve animare il MEI e chi partecipa, e questo vale per tutti gli operatori: dai musicisti ai produttori, dai promoter ai dj, fino ai giornalisti e ai club, chi viene deve farlo soprattutto per ascoltare e conoscere gli altri. Così è più facile contaminarsi, uscire dalle nicchie che se rimarranno frammentate continueranno a far dominare il mercato alle major, ma non se costruiranno dei grandi progetti unitari. E per farlo bisogna recuperare la dimensione dell’ascolto e il gusto per la discussione. A noi sembra di farlo con successo al MEI ch’è (credo) l’unico caso di dibattiti frequentatissimi e animatissimi.
Il MEI rimane comunque un investimento per chi vi partecipa acquistando uno spazio o chi attraversa mezza Italia per suonare. E – almeno credo – è anche un guadagno per gli organizzatori…
GIORDANO SANGIORGI > Il MEI – come ogni attività culturale di questo paese – è in perdita. Fortunatamente Comune e Regione ci sono molto vicini e coprono circa il 25% delle spese. Grazie al loro aiuto riusciamo ad essere in pareggio. Perché lo facciamo? Perché prima di tutto siamo mossi da grande passione e da grande amore per la musica. E poi perché è un momento d’incontro unico e imprescindibile, diventato oggi un punto di riferimento per la crescita e lo sviluppo della nuova scena indie contro lo strapotere delle major.
Veniamo alla classica domanda di Punto Gif, il tuo più grande fallimento?
GIORDANO SANGIORGI > I miei fallimenti come i miei successi sono stati tanti, come è naturale. A volte, non essermi spiegato bene, non essere riuscito ad arrivare a tutti quelli che si occupano del mondo indipendente, spiegando come sia forte in noi lo spirito di servizio verso questo mondo e come crediamo di avere intrapreso una strada che – salvaguardando l’identità e l’autonomia di ognuno – permetta di cogliere obiettivi comuni indispensabili per la crescita e lo sviluppo della nuova musica italiana, come quelli di avere più spazi per le indies nei grandi network radiotelevisivi [vedi polemiche con Pippo Baudo per le partecipazioni a Sanremo Giovani, NdR] oramai in mano alle multinazionali, di fare attività di promozione della musica italiana all’estero come entità unica e non frammentata, di lavorare insieme a progetti digitali in contrasto ai grandi portali e ai canali della telefonia anche questi in mano alle major.
Mattia Bergamini, Andrea Zoli e Marta Pedron
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