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Archive for the ‘Le interviste di PuntoGif’ Category


Banana Meccanica a cura del nostro intervistato Michele Mordente

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Partiamo dalla copertina di Banana Meccanica (l’antologia di Stefano Tamburini che hai curato e che è appena uscita per i tipi della Coniglio Editore), sentito omaggio a una celebre copertina di Frigidaire che Tamburini dedicò ai Devo. Quando e com’è nato il tuo legame con Stefano?
MICHELE MORDENTE > Il mio interesse per l’opera di Tamburini è nato solo qualche anno dopo la sua morte, quando nel 1988 ho cominciato ad acquistare sempre più bulimicamente tutte le pubblicazioni di Pazienza, che avevo conosciuto grazie agli articoli seguiti alla sua scomparsa. All’epoca aderendo all’Orda d’Oro si aveva la possibilità di ricevere per 200.000 lire una quintalata di riviste della Primo Carnera, tutto Frigidaire eccetera. Così ho sbattuto il muso nei lavori di Tamburini. Ho iniziato a recuperare tutto ciò che aveva realizzato, comprese le sconosciutissime pubblicazioni di controcultura nate dai fermenti degli anni Settanta. Per me è stato molto facile amare anche il Tamburini più “difficile”, quello dal tratto underground più sporco, vista la mia grande passione per i comix a stelle e strisce, quelli di Crumb, Shelton e ma soprattutto Irons.

Rimaniamo a Banana Meccanica: quanto è stato difficile fare un ritratto di un artista così complesso e per molti misconosciuto come Tamburini? I vari contributi critici (da Pablo Echaurren a Gianfranco Grieco voce dei Dirty Actions, allo stesso Sparagna altra anima di Frigidaire) sono stati difficili da recuperare?
MICHELE MORDENTE > Ho cominciato ad occuparmi amatorialmente di Tamburini nel 1994, realizzando una fanzine monografica fotocopiata in poche decine di copie. Negli anni ho messo insieme quello che è l’archivio più completo delle opere di quest’autore, comprese anche diverse tavole originali. Ho avuto anche modo di incontrare collaboratori e amici di Tamburini, raccogliendo i loro ricordi e testimonianze. Per questo realizzare il volume non è stato particolarmente complesso. Tutti i collaboratori alla parte testuale di Banana Meccanica erano già amici ed hanno partecipato con entusiasmo. È stato invece piuttosto difficile incontrare un editore coraggioso che avesse il coraggio di scommettere su un progetto che non comprendeva esclusivamente Ranxerox, che solo messo in copertina avrebbe garantito il pareggio delle spese. A tal proposito ne approfitto per ringraziare l’editore in questione, Francesco Coniglio, ma anche Dario Morgante che è il mio interlocutore della casa editrice. Sinceramente… non è una marchetta!
Come curatore del volume quali problemi hai dovuto affrontare?
MICHELE MORDENTE > L’unica vera difficoltà è stata la scelta di quali disegni e fumetti inserire e quali tenere fuori. Banana Meccanica è un’antologia che fa il punto dell’intero percorso artistico di un autore purtroppo scomparso. Per questo bisognava dare una panoramica generale, significativa e allo stesso tempo essenziale. Da un lato è doveroso inserire i classici (Ranxerox e Snake Agent), anche per il neofita. Bisogna però non esagerare, anche per non far torto ai lettori più esperti che hanno voglia di inediti e rarità. Questo solletica anche il mio desiderio di mostrare le rarità scovate in anni di ricerche, ma con l’accortezza di evitare di raschiare il fondo del barile, cosa che spesso accade con gli autori scomparsi, così nel fumetto come nella musica e in letteratura. Spero di essere riuscito a creare in Banana Meccanica il giusto equilibrio.

Della cricca geniale e anarchica di Frigidaire, di cui facevano parte tra gli altri anche Pazienza, Scòzzari e Liberatore, Tamburini sembra quello meno ricordato. Credi che la sua opera sia legata soltanto a quel contesto o che possa essere ricca di spunti anche per chi non ha vissuto quegli anni?
MICHELE MORDENTE > Tamburini ha indirizzato i suoi sforzi creativi non solo nel fumetto, al contrario di tutti gli altri, ed ha prodotto quindi molte meno opere. Negli anni Ottanta ha realizzato essenzialmente Ranxerox e Snake Agent, per di più legando il suo nome a Ranxerox solo in veste di sceneggiatore. Tenendo conto che il mondo del fumetto è essenzialmente costituito di individui che “guardano le figure” è facile capire perché Stefano Tamburini sia meno ricordato degli altri. Va comunque precisato che, pur se è – come dici – il meno ricordato, Tamburini insieme a Liberatore è del gruppo quello più tradotto all’estero, pur essendo scomparso nel 1986! Nondimeno, molti dei suoi fumetti – insieme a quelli anche dei suoi amici cannibali – perdono molta della loro forza se si estrapolano dal contesto culturale, politico e sociale che li ha generati. Le storie di Pazienza, lette oggi, perdono la maggior parte del loro senzo, riducendosi ad semplice fumetto umoristico, fatta eccezione solo per ‘Pompeo’. Questo non vuol dire che Tamburo & soci non straccino ancora la maggioranza degli autori attualmente in circolazione.

A proposito di Frigidaire, Gianluca Costantini (artista che ospitiamo in questo stesso numero) rispondendo a un’intervista affermava che Frigidaire era Avanguardia “perché portava avanti un’idea forte, un’ideale di gruppo sia nei contenuti che nell’immaginario, e soprattutto anche una grande risposta di pubblico, perché l’Avanguardia è anche fatta dalla gente. Credo però che sia l’unica, in nessun altra parte del mondo c’è stata mai una cosa simile” (www.ultrazine.org). Frigidaire pare essere stata davvero un’esperienza fondamentale per tutto ciò che sarebbe venuto dopo, e non parliamo solo del mondo dei fumetti. Ci vuoi spiegare perché quella rivista fu così importante?
MICHELE MORDENTE > Frigidaire era realizzata da un manipolo di autori geniali, come non se ne sono visti prima, e mi sembra che non ve sono stati neppure in seguito. La rivista ideata da Tamburini, fondamentalmente insieme ai soli Sparagna e Scòzzari, ha segnato il superamento del movimentismo dei Settanta ed ha catapultato il lettore negli anni Ottanta, un’era completamente nuova e diversa. Era una rivista nata dall’esperienza di lotta e di critica, nata per superare la situazione stagnante del panorama editoriale italiano, partendo dalle esperienze di Cannibale, ma anche del Male, che aveva riscosso un grande successo di massa. Frigidaire presentava fumetti, musica, informazione e molto altro ancora, usando un linguaggio nuovo, che non accettava compromessi. Molto del successo era dovuto alla componente di fumetti, ma anche agli incredibili reportage realizzati con la collaborazione di tutta una serie di intelligenze creative che si coagulavano intorno al giornale.

Parliamo allora di quel periodo, laboratorio straordinario di nuovi modi di comunicare. Oltre a Frigidaire, ci fu l’esperienza delle prime radio libere, la musica new wave che si affaccia in Italia, soprattutto tra Bologna e Firenze, dove gruppi come Gaz Nevada, Neon, Punkow e Diaframma avrebbero accolto istanze dada e situazioniste. Naturalmente ci sono anche i Devo, i Dirty Actions e la Cramps Records di Sassi omaggiata in una splendida tavola di Funky Rat (che pubblichiamo a pag. XX)… Che ruolo ha avuto Tamburini in tutto questo?
MICHELE MORDENTE > Tamburini è una figura imprescindibile dell’immaginario artistico, musicale, e di quant’altro è stato prodotto in quegli anni. Era completamente immerso nella realtà culturale e controculturale che ha visto l’apice col Movimento del ’77, sempre molto attento a tutto ciò che gli succedeva intorno. Per alcuni dei personaggi da voi citati, come Gaznevada e Dirty Actions, Tamburini era un amico ma anche un mito.

Ranxerox è indubbiamente il personaggio più noto di Tamburini, con i contributi fondamentali delle matite di Pazienza e Liberatore. Ci vuoi raccontare l’epopea grafica del coatto sintetico, del suo successo all’estero e delle censure?
MICHELE MORDENTE > Sintetizzando posso dire che Ranxerox è nato – con il nome di Rank Xerox – dai fermenti culturali movimentisti del ’77, in una veste underground, sporca e in bianco e nero, sulle pagine della rivista Cannibale. All’inizio quando era disegnato da Tamburini insieme a Pazienza e, successivamente, a Liberatore le storie erano maggiormente legate ad un discorso politico. Successivamente, Ranxerox perde la k nel nome per evitare noie legali con la Rank Xerox Italia, che aveva minacciato azioni giudiziarie, e insieme perde ogni connotazione politica puntando sul puro spettacolo. Le matite sono affidate al solo Liberatore che ha realizzato la caratterizzazione definitiva del personaggio, così ipertrofico e gorillesco, che approda su Frigidaire, con la possibilità della stampa a colori. Il virtuosismo di Liberatore insieme allo spirito caustico e alla velocità delle situazioni narrate da Tamburini sono una miscela esplosiva. Ranxerox viene acquistato per la pubblicazione dalla francese Albin Michel, che lo vende poi in tutto il mondo, dagli USA al Brasile e al Giappone, passando per l’intera Europa. La saga del coatto sintetico si interrompe nel 1985. Poi in un paio di occasioni il solo Liberatore riprende il personaggio, anche per terminare la storia lasciata interrotta dalla scomparsa di Tamburini. In numerose occasioni si è parlato di un film sul personaggio, l’ultima delle quali ha visto coinvolto il regista Chris Cunningham. Nell’archivio abbiamo anche una sceneggiatura scritta da Roger Avary, dopo la sua vittoria dell’Oscar con Tarantino per Pulp Fiction. Per quanto riguarda le censure operate all’estero, queste riguardano il sesso e il sangue, oltre all’età della tredicenne Lubna. I paesi che meno hanno operato manipolazioni e tagli sono quelli di impronta latina. Negli USA hanno coperto il membro eretto di Ranx con un lenzuolo. In Giappone, invece, lo hanno completamente cancellato (!) accentuando la caratteristica di giocattolone meccanico. Mi piace anche sottolineare che nella prima edizione tedesca hanno cancellato la frusta e il guinzaglio con cui il personaggio del pittore telepate soddisfava le perversioni della moglie. E questo a opera dell’editore Taschen!

Tamburini è anche un grandissimo innovatore grafico, un feroce critico musicale, un obliquo e spietato ideatore di storie. Quali segni possiamo ancora trovare di lui se ci guardiamo attorno?
MICHELE MORDENTE > Tamburini è stato saccheggiato tantissimo per tutti gli anni ’80, sia per il segno che per alcuni temi. Molte cose che ricordano i fumetti di Tamburini si trovano anche nel cinema degli anni Novanta come in Leon, nel rapporto tra i personaggi interpretati da Jean Reno e dalla giovanissima Natalie Portman, o successivamente nelle situazioni futuribili del Nirvana di Salvadores o in Strange Days. Per quanto riguarda lo scenario strettamente attuale è difficile separare le influenze, vista la situazione magmatica che si è creata grazie anche a internet.
Se si guarda invece alla Tv, si può osservare come i canali satellitari offrono le varianti più disparate di “extreme makeover”, cioè di chirurgia plastica estrema. Sembrano situazioni raccontate da Tamburini con il personaggio inedito di Molissa Fricke, autrice di performance di chirurgia plastica su modelli umani, con cui aveva anticipato anche le performance della plastoartista Orlan.

L’associazione Muscles (www.muscles.it), il sito di Stefano Tamburini e l’Archivio: mi racconti lo scopo di queste iniziative? Quali sono i prossimi progetti editoriali?
MICHELE MORDENTE > Andrea Pazienza ha più volte ritratto Tamburini incazzato poiché quando si parlava del suo Ranxerox la paternità era attribuita al solo Liberatore o al massimo il suo nome era tra parentesi. “Ah! Mi nomina! Ma tra parentesi! GASP!”. Ecco potrei dire che lo scopo dell’associazione sia quello di portare definitivamente fuor di parentesi il nome di Tamburini e dargli il giusto posto che merita nella Storia del Fumetto. In questo senso vanno le varie produzioni editoriali, tra cui quest’ultima, Banana Meccanica, ma anche varie mostre, come quella tenutasi al Forte Prenestino di Roma nell’ambito del festival CRACK 2006, che in questa ultima edizione è stato intitolato Vinavyl, come chiaro omaggio a Tamburini. O anche il prestito di alcune tavole che sono attualmente esposte al Museo del Fumetto di Lucca. Per il futuro, vedremo. Mi piacerebbe riuscire a far pubblicare per la prima volta all’estero il primo Rank Xerox underground, ma anche Sanke Agent. Al momento sto lavorando al progetto RANXEROX – LA GENESI, una riedizione aggiornata e con novità del volume Ranxerox Il Coatto!
realizzato ormai quasi dieci anni fa con Stampa Alternativa. Ma come associazione siamo aperti a proposte e collaborazioni.

Per contatti: m.mordente@libero.it

Marco Boscolo per PuntoGif

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Diario Di Un Qualunquista
del nostro intervistato Gianluca Costantini

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Innanzitutto due righe autobiografiche su di te, insomma presentati come vuoi per chi non ti conosce…
GIANLUCA COSTANTINI > Sono nato nel 1971 a Ravenna dove vivo e lavoro, disegno fin da quando avevo memoria e mi annoio facilmente.

In un’intervista dichiaravi che “il fumetto si sta stringendo attorno ai grandi autori, ma nessuno si può dire che collabori con altri in maniera artistica” se non per motivi di comodo o economici. Dove s’è perso quello spirito che animava il tessuto underground?
GIANLUCA COSTANTINI > Una volta ci si stringeva attorno ad una rivista, si costruivano dei gruppi di autori, l’esempio più valido è proprio Frigidaire. Ma negli anni ’80 esisteva ancora uno strascico degli anni ‘70 in cui esisteva un’idea di discussione collettiva. L’underground italiano è sempre stato molto strano, spesso mi vengono dei dubbi se esiste veramente.

Con inguine MAH!gazine (www.inguine.net) nasce un’idea di fumetto che si avvicina molto alla musica elettronica. Più che racconti nell’accezione comune del termine possiamo parlare di schegge avvelenate di significato.
GIANLUCA COSTANTINI > Mi piace questa cosa, inguine come musica elettronica. Sarebbe bello. inguine sia il sito che la rivista è sempre stato composto da varie tessere, anche molto diverse tra loro: webdesing, fumetto, narrativa, politica ecc… Tutte molto amalgamate tra loro in modo da creare un contrasto avvelenato.

Devo ammettere che anch’io sono un grande estimatore di Burroughs che reputo l’approdo meno accessibile per chi s’infatua della Beat Generation. Leggere il Pasto Nudo è stato come sbattere la testa su una parete fino a vederla sanguinare (la parete). Com’è stato il tuo rapporto con quel libro al quale hai dedicato una serie di tavole?
GIANLUCA COSTANTINI > Ho scoperto Burroughs molto giovane, verso i 16 anni, grazie ad un mio amico più adulto. Lo leggevo e non capivo niente, ma continuavo. Col tempo Burroughs era diventato come un mio amico immaginario. Quando è morto mi dispiacque molto proprio come un vero amico.
Chi entra in questo tipo di linguaggio fatica molto a tornare indietro, io non ci sono tornato. Le sue parole sono ancora alla base del mio lavoro, anche il mio progetto Political Comics (www.gianlucacostantini.com/politicalcomics) è strutturato come cut’n’paste di notizie.

Quant’è importante la tua città – Ravenna – per il tuo pensiero e la tua produzione artistica? Credi che ci sia qualcosa nell’aria che si respira a Ravenna che ti abbia portato a legarti a tanti artisti dell’Est (a parte il gioco del magione)?
GIANLUCA COSTANTINI > Io sono un mosaicista di formazione e sono nato in una città in cui puoi in alcuni punti respirare l’aria bizantina. Ravenna è importante, ma Istanbul lo è di più lì ho imparato molte più cose. A Ravenna più che altro si respira l’aria del petrolchimico.

Rimaniamo a Ravenna e a uno dei tanti progetti che ti vedono coinvolto, il Festival Komikazen: ci vuoi parlare dell’edizione 2007 che s’è conclusa il 18 marzo scorso?
GIANLUCA COSTANTINI > Il progetto Komikazen è mio e di Elettra Stamboulis, quest’anno abbiamo organizzato una rassegna di esposizioni e incontri. Abbiamo iniziato con Danijel Zezelj (Croazia), Giuseppe Palumbo (Italia), Vittorio Giardino (Italia), Raùl (Spagna), continuiamo con la casa editrice Becco Giallo sempre italiana per finire con il collettivo Le Man (Turchia). Cerchiamo di proporre ogni anno le cose che pensiamo siano più forti per il momento politico/sociale che viviamo. Il festival è una continuazione delle mostre che abbiamo organizzato anni indietro quali Joe Sacco, Marjane Satrapi, Aleksandar Zograf e i la collettiva Stripburek sui fumettisti dei Balcani.

Il fumetto alternativo oggi: i punti forti e quelli deboli secondo uno dei suoi protagonisti.
GIANLUCA COSTANTINI > Il punto debole è la qualità, i disegnatori buoni si contano sulla punta di una mano, quello forte è inguineMAH!gazine.

Punto Gif, oltre che richiamare a un’idea sgranata della realtà, è anche un acronimo per (the) Greatest Italian Failure. Qual è la tua visione del fallimento italiano?
GIANLUCA COSTANTINI > Il fallimento italiano è l’annullamento dell’intelligenza nelle teste del popolo italiano.

È il momento di ringraziarti e lasciarti lo spazio per il tuo messaggio ai lettori di Punto Gif.
GIANLUCA COSTANTINI > Io preferisco il Punto Tiff!

Mattia Bergamini per PuntoGif

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Luca dei Transgender sfoglia PuntoGif


Avete cominciato nel Novantasette, com’è cambiata la formazione da sette a cinque componenti e come si sono evolute in questi dieci anni le sonorità? Com’è avvenuto il passaggio dalla Snowdonia alla Trovarobato?
BONZO > Eravamo in sette con due voci e una tromba e quindi il gruppo come si può intuire era molto diverso, forse anche molto più vario. C’erano alcuni pezzi cantati solo da lui, altri solo da lei e altri insieme. Poi dopo c’è stato un cambio dovuto a varie cause veramente, fra cui un viaggio a Palermo di cui non parlo.

Che ruolo aveva la tromba in precedenza?
TRANSGENDER > Diciamo che era uno sballo. La tromba che suonava anche le tastiere. Era proprio la tromba che suonava le tastiere.

Come influiva sul suono, sentendo un suono compatto come adesso magari la tromba si fa fatica ad inserire.
LUCA > Io allora non c’ero dovevo ancora nascere, ero ancore nelle palle del mio babbo, però era una specie di ciliegina sulla torta. Io ascoltavo già i Transgender, il mio babbo ascoltava già i Transgender, ero lì che sballottavo un po e poi va beh sono uscito e sono entrato a far parte del gruppo. Era uno dei tanti elementi tanto diversi tra loro, c’era una voce femminile, una voce maschile, la chitarra metal, una tromba, il bassista appassionato di musica etnica, etnomusicologo, c’era il batterista punk quindi diciamo così era forse anche più vario di quanto siamo ora, però era anche diverso nello stesso tempo, anche ora siamo Transgender però magari cerchiamo una sintesi maggiore rispetto ai primi tempi.

Adesso in casa Trovarobato come vi trovate? I Mariposa partono da un concetto musicale che è diversissimo dal vostro…
LUCA > No secondo me me non è così diverso… Adesso non voglio contraddirti, ma sicuramente la resa è diversa, però chiaramente declinato in maniere differenti c’è comunque quest’idea anche nei Mariposa, di eclettismo, mescolare i generi facendo un qualcosa di proprio, senza dire io faccio dei pastrocchi, faccio del punk, io faccio del post metal. E quindi questa cosa secondo me ce l’abbiamo tutti e due e secondo me anche per questo che tre anni fa naque questa scintilla tra noi e i Mariposa. Ci siam beccati insomma, diciamo che noi di solito eravam bistrattati da chiunque, i gruppi punk ci sputavano in faccia, i gruppi prog dicevano “no, cazzo voi non fate abbastanza assoli”, e quindi alla fine abbiamo trovato i nostri compagni ideali anche in vita amorosa nei Mariposa.

L’esperienza Snowdonia come è stata perché sapevo che non era stata il massimo insomma?
LUCA > In realtà c’è stato solamente quello screzio famoso sulla copertina e ripeto, a posteriori posso dirti che allora eravamo giovani ed ingenui e quindi non avevamo colto il quid e quindi calando le braghe diciamo che avevamo torto.
BONZO > A parte tutto cinzia ci ha comunque fatto conoscere penso un pubblico molto più ampio di prima, questo è sicuro proprio. Non che ora siamo famosi, però è stato un passo importante per noi.
LUCA > In quanto etichetta comunque Snowdonia ha fatto il suo dovere, chiaramente coi mezzi di un etichetta piccola.
DAVIDE > Essenzialmente il lavoro tra le due etichette è stato profondamente diverso. Con Snowdonia pensavamo ci fosse una collaborazione con questa etichetta, in realtà non c’è stata. Abbiamo litigato, siamo stati contenti da alcuni punti di vista, non ci ha impedito di fare quello che volevamo, però alla fine il cd che è uscito non è comunque essenzialmente il frutto di una collaborazione. Il fatto di avere un etichetta a Messina era una cosa ingestibile, era gestibile tramite e-mail oppure attraverso telefono. Però non c’era uno scambio nel quale poteva uscire un risultato diverso da quello che poi è stato, perché noi eravamo liberi di fare al 100% di fare quello che volevamo. Per cui molto meglio la situazione grafica e discografica. Anche cinzia ha fatto il suo dovere per quello che doveva insomma. Mentre invece con la Trovarobato essendo vicini lavorando a Bologna, le cose sono cambiate radicalmente.

La cosa più lampante del vostro gruppo è che cantate in una lingua inventata…quando è nata questa idea e se è una lingua vera, so che ci sono tutte le traduzioni e il tuo vocabolario.
ESPO > Abbiamo iniziato ad utilizzare la lingua inventata nel disco vecchio, quello con Snowdonia e non è altro che la traduzione in lingua mia inventata di testi che esistevano gia. Non mi piacevano come suonavano le lingue tipo l’Inglese, il francese, lo spagnolo. Ho visto che l’improvvisazione funzionava bene, aveva una buona musicalità e ho utilizzato le parole dell’improvvisazione per tradurre i testi che avevo scritto. Funziona e continueremo ad usarla, io la utilizzo in molti altri progetti e anche questo disco è nato con questa lingua.

Ti volevo chiedere della collaborazione con Ferretti e della sua recente conversione.
ESPO > Bella. Non è una conversione, è un lungo discorso. Lui ha avuto un percorso lungo ed è approdato lì. La collaborazione è molto bella e molto stimolante culturalmente, musicalmente, etilicamente. E’ da cinque anni ormai che suoniamo insieme in tutto il suo extra PGR, CSI, CCCP, SUCA QUI ecc. ecc… E’ molto vispo e arzillo, al contrario di quello che si può credere.

Il suo libro ha fatto discutere.
ESPO > L’ho letto ed è descritto bene,poi le idee sono reazionarie nel senso che oggi è razionario fare qualcosa di diverso da quello che tutti si aspettano. Tutti si aspettano il Ferretti di sinistra, lui comunque ha seguito un percorso e non è più di sinistra com’era una volta. Poi d’accordo o no è una scelta di vita, io condivido solo alcune parti altre no, però lavorando insieme sto molto bene e non dico altro.

Due parole su Bill Laswell.
ESPO > E’ zio, è un mito, è la persona più introversa che abbia mai conosciuto negli ultimi anni dopo Bonzo il nostro chitarrista. Lavorare con lui è una cosa allucinante, hanno un rapporto qualità tempo impressionante. Quando abbiamo fatto Ashes l’anno scorso abbiam fatto i bassi di nove pezzi in tre ore e tipo ha mixato il disco in un pomeriggio e un pò, facendo un lavoro della madonna, a parte la quantità di Cuba Libre che beve al giorno.

Quant’è importante il tasso alcoolico per i Transgender?
LUCA > Per Davide il tastierista l’alcool è un elemento fondamentale per la sua vita. Diciamo che lui non può vivere senza la sua bottiglia di Ceres. Io sì, faccio utilizzo di alcool, ma in realtà cambia poco la sostanza. Non è significativo il cambio alcolico all’interno della mia personalità un pò ricchioncella.
BONZO > Ci piace bere un po’ prima dei concerti.
LUCA > Quando ci portano da bere il menu essenzialmente è questo: Espo ovvero il cantante col suo bicchiere di Nero d’Avola, io e Davide birra, anche Paolo birra anche se magari qualche volta varia un attimino, Bonzo prende delle cose tipo frullato di pesche alla Vodka di Ginseng oppure tutta una serie di amenità tipo Crema al Whisky con estratto di felicità (di ebano). Quindi il nostro bere rispecchia anche le nostre personalità, un po’ birro nel caso mio. Per chi non sapesse cosa volesse dire birro: significa maraglio, tamarro, tanto per intenderci unzi unzi.

Quando componete partite da una composizione lineare per poi decomporla o oppure i pezzi vengono fuori così?
DAVIDE > Noi di nostro se fossimo liberissimi di fare quello che vogliamo partiremmo dalla canzone decomposta, però non avrebbe un grandissimo senso perché se voi lo ascoltate il nostro cd è fatto essenzialmente di canzoni. Ultimamente cerchiamo di avere una struttura lineare,quindi avere dei brani un pochettino più semplici da seguire e poi procediamo verso quella che si potrebbe definire una decomposizione. O comunque una personalizzazione del pezzo. I nostri pezzi non hanno una struttura rock, fatta di clichè. Nel 2000 quando loro hanno composto altre cose, c’erano troppe idee, le canzoni eran belle, il procedimento era l’esatto contrario per cui si partiva da un insieme decomposto di idee che poi dopo prendeva forma in una canzone. Adesso invece partiamo da una canzone e poi dopo cerchiamo di decomporla.

Il nome più abusato quando si parla di voi è Mike Patton,è nato un certo disamore nei suoi confronti?
BONZO > E’ una delle cose che si sente, però non credo che noi non facciamo niente di nostro perché tutto viene preso da lì. Ci son tante cose che abbiam fatto noi e ci sono una parte di cose che provengono dai gruppi che ha fatto lui. Noi siamo stati sicuramente suoi fans e lo siamo tutt’ora. Noi non ci troviamo niente di male.
LUCA > Nei vecchi Transgender c’era molto di più questa cosa anche a livello di attitudine alla Mike Patton, poi come in tutte le cose, però giusto per dirla in soldoni se una c’ha la nomea dello stonzo dopo fa fatica a togliersela. Non è sbagliato, ma diventa riduttivo. Perché magari è difficile parlare della nostra musica, ma non perché siamo dei geni, ma perché facciamo delle cose che non sono all’orecchio di tutti.Con noi si gioca spesso ad associarci ad una marea di nomi, e alla fine la gente non capisce un cazzo di chi sono i Transgender e magari legge dei nomi a caso, voglio dire se io leggessi certe recensioni dei Transgender non comprerei mai un disco. E poi magari li vai a vedere dal vivo e dici, ah cazzo ma quindi questi qui non fanno merda!
ESPO > Quelli che ci seguono da tempo riconoscono un sound specifico, quindi in realtà è l’esatto contrario di quello che scrivono tutti.

Secondo me quando ascolti un gruppo che non hai mai sentito prima devi trovare sempre dei punti di riferimento, questo non vuol dire che il vostro suono sia copiato.
LUCA > Il concetto infatti non era “ah i giornalisti che stronzi!”, c’è un problema alla base di definizione nostra, e quindi bisogna provare, provare continuamente, e poi ci si riesce bene, e quindi anche per questo che noi ci tiriamo dietro a fatica tutti quanti questi nomi, che chiaro servono per inquadrare però servono anche per inquadrare perchè comunque le cose che facciamo noi quantomeno in Italia sono un pò meno inquadrate di altre a livello di riconoscibilità. Infatti si legge tutto e il contrario di tutto nelle recensioni e quindi è chiaro che uno dopo non sa effettivamente che cosa sono i Transgender. Per me l’importante è ascoltare. Cioé nel nostro caso la gente si rende conto di quello che facciamo quando ascolta e non quando magari legge su un giornale.
DAVIDE > L’idea che viene fuori dai nostri album non è esattamente veritiera. Sicuramente c’è una buona parte che sta dentro di noi e una parte che sta fuori. La parte che sta fuori viene fuori nei live o in questi momenti. Per noi la musica non è seria come la incidiamo oppure come viene prodotta e forse questa qui è la cosa che dovremmo riuscire a tirar fuori di più e che non emerge adesso.

Manuel Agnelli ha detto che il mondo indipendente è pidocchioso allo stesso modo se non di più del mondo delle major. Cosa ne pensate.
ESPO > Penso alluda alla logica di certe case discografiche indipendenti che applicano a questo tipo di ambiente di musica le stesse regole delle major ed è condivisibile secondo me questo tipo di affermazione se riferita a quel tipo di situazioni. Poi è ovvio che questo tipo di generalizzazioni vanno a danneggiare anche altri come la Trovarobato, Snowdonia che fanno della propria passione il proprio lavoro e non rientrano in quel campo,però comunque esiste una grossa fetta di musica indipendente per lo più quella che ha il potere che si comporta tale quale alle major.

Qual è il vostro più grande fallimento?
LUCA > Noi transgender siamo cresciuti nel fallimento, nel senso che siamo sempre andati avanti facendo più fatica di altri… è una forza oscura con cui ci dobbiamo misurare. Diciamo che il valore del fallimento sta nel fatto che ci tempra il carattere e quindi dopo succede che dal vivo i bassi si distruggono, la batteria esplode, insomma ha una forza catartica il fallimento.

Mattia Bergamini e Federico Fioravanti per PuntoGif

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Colazione con Sangiorgi e due chiacchere sul MEI

Quando lo incontriamo, Giordano Sangiorgi è tornato da pochi giorni dal Midem di Cannes, importe fiera del settore musicale. Sangiorgi, uno dei personaggi più importanti e controversi del mondo indipendente italiano, è il fondatore del MEI di Faenza – Meeting Etichette Indipendenti – e anima di moltissime iniziative che vogliono unire sotto un unico tetto realtà diversissime e talvolta difficilmente integrabili, con un solo intento: “difesa del mondo indipendente e del patrimonio musicale italiano”. Il Mei 2006 d’altro canto è stato la conferma d’un successo: a parte i numeri (30 mila presenze, 300 espositori, 50 delegazioni straniere) possiamo parlare d’un progetto che si consolida e dello sdoganamento di tutto il mondo indie nelle tv nazionali. Abbiamo parlato di questo e di altro un sabato mattina al Bar Corona di Faenza, aiutati da un paio di caffè.

Chi ha partecipato al MEI 2006 ha visto Pupo esibirsi e aggirarsi tra gli stand (pur se con Capone & BungtBangt). Sui palchi sono transitati personaggi come Dolcenera o Loredana Bertè, gli Assalti Frontali e gli Afterhours. Insomma, molti come me che frequentano la scena indie italiana sono quantomeno disorientati. Discografia indipendente, spiegaci allora qual è la tua visione delle cose.

GIORDANO SANGIORGI > Negli ultimi 10 anni è cambiata la concezione della produzione indipendente: non c’è più solo l’indie rock ma oggi ci sono tantissime produzioni totalmente indipendenti anche in area pop, jazz, folk, hip hop, punk, metal, e in tutti gli altri generi dal cantautorato all’elettronica, dall’avanguardia al reggae o allo ska. Se non ci fossero queste produzioni oggi non avremmo più proposte italiane visto che le major stanno compeltamente abbandonando lo scouting. Il MEI nei suoi ultimi anni è diventato così la “casa comune” di tutte le produzioni indipendenti, e questo ci rende orgogliosi. E per questo hai trovato, oltre gli artisti che hai citato, tutte produzioni indies, Piotta e Stefano Bollani, Virgianana Miller, Têtes de Bois e tanti altri. E etichette come la Ecm, la più importante indie di jazz europeo. Tutto questo è il MEI. La nostra prerogativa è valorizzare ogni iniziativa capace di erodere quote di mercato alle multinazionali, con la speranza che non venga cancellata entro pochi anni la nostra produzione indipendente nazionale di nuova musica, dato che rischiamo di non trovarla più nei portali o distribuita dai canali della telefonia ovvero i grandi distributori di musica per i nuovi appassionati – i ragazzi che oggi hanno dagli 11 ai 14 anni – e che al momento offrono in linea di massima solo i grandi successi del pop globale.

Non c’è il pericolo di ricreare altri casi-Mescal (una delle maggiori etichette indipendenti italiane che ha venduto alla EMI via-Capitol i contratti artistici di Perturbazione e Cristina Donà e una bella fetta del suo catalogo compresi i dischi di Afterhours, Subsonica, Mau Mau, Yo Yo Mundi e altri ancora), ovvero rendere inutile il lavoro di valorizzazione fatto?

GIORDANO SANGIORGI > Intanto , la Mescal è stata una dei soggetti che insieme a noi e tanti altri ha fatto grande la scena indie rock della metà degli anni ’90. Il pericolo non c’è se si crea una rete dove ci si sostiene a vicenda, come ha fatto Slow Food. Dove scompaiano i protagonismi e ci sia la voglia di far fronte comune partendo dalla propria identità . Allora saremo più forti delle multinazionali. Altrimenti rischiamo di diventare un paese dove non si produce più ma si consuma soltanto. Un popolo di consumatori, insomma: basti l’esempio dei telefonini, siamo la nazione dove si possiedono più telefonini ma anche quella dove nessuno li fabbrica. La musica rischia di diventare così, come il cinema e tanti altri settori dell’intrattenimento: le multinazionali desiderano consumatori di musica omologata, identica in tutto il mondo. Noi potremmo rispondere con un grande progetto web che accolga tutta la nuova musica indie italiana e sia punto di riferimento a livello internazionale.

Slow Food però è guidata da criteri di qualità.

GIORDANO SANGIORGI > Certo, ed è giusto. Prima dobbiamo arrivare a un’unione solida, poi potremo inserire anche questi criteri.

Quindi per il momento va bene anche inserire tra gli invitati del MEI cantautori “reazionari”?

GIORDANO SANGIORGI > Intanto va condannata ogni canzone che fa apologia di reato come quelle sul fascismo, sul razzismo e sulla negazione dell’Olocausto; poi come Presidente del Museo della Resistenza di Cà di Malanca, la casa dove i miei genitori hanno combattuto l’occupazione nazifascista, direi proprio di no. Credo però che la forza di chi si sente democratico e progressista sia quella di includere tutti, anche quelli di cui non condivido le idee. E credo che il vero fascismo sia nelle censure. Comunque è il pubblico che deve decidere liberamente cosa ascoltare e noi dobbiamo conquistarlo con una proposta culturale valida.

Ogni anno – quando si partecipa al MEI – si ha come l’impressione che sia sempre l’ultimo. Quest’anno però avete già presentato la prossima e undicesima edizione al Midem di Cannes: anticipazioni?

GIORDANO SANGIORGI > Intanto, noi rilanciamo il MEI ogni anno solo dopo aver sentito gli espositori e gli operatori del settore. Noi facciamo una manifestazione di servizio che nasce dagli operatori stessi, infatti il 95% del cartellone è fatto dagli stessi partecipanti con le loro proposte. Quest’anno c’è stata grande soddisfazione da parte di tutti e così abbiamo presentato al Midem di Cannes le date del prossimo MEI, che si terrà dal 24 al 25 novembre con un’anteprima il 23. Abbiamo presentato il MEI 2007 davanti a centocinquanta persone, operatori del settore musicale provenienti da tutto il mondo, ed è stata una bella soddisfazione. Inoltre, tutta l’Europa si sta accorgendo del mondo indipendente italiano grazie anche alla norma degli sgravi fiscali alle indies presente in Finanziaria e già modello – dopo che l’avevamo chiesta a gran voce – per gli altri indipendenti di tutti gli altri paesi. Rimane un peccato che questo non sia successo dieci anni fa quando questo mondo godeva di miglior salute, ma comunque è incoraggiante.

È quantomeno curioso che il MEI, nonostante sia ad ogni edizione più grande e più importante, non registri mai grossi entusiasmi tra i partecipanti…

GIORDANO SANGIORGI > Devo dirti che quest’anno invece abbiamo registrato un entusiasmo pazzesco. Sono centinaia le mail e le telefonate di ringraziamento che abbiamo ricevuto subito dopo il MEI, così come le proposte di fare nuove cose per il 2007: un’area elettronica, i 30 anni degli Skiantos e di Materiali Sonori, i 20 anni di World Music. Comunque, i poco entusiasti sono in alcune piccole aree auto-referenziali. Ma è anche perché il MEI è diventata la casa di tutti i produttori indipendenti, senza esclusione di generi, e in casa ci si lamenta sempre – se si è tra fratelli e parenti diversi -, ma quando la si lascia non si vede l’ora di tornare indietro. Una casa nella quale hanno residenza tutte le diverse anime dell’area progressista musicale, un’unione che dia loro più voce nel panorama culturale del paese.

Una delle lamentele più insistenti sul MEI è quella proveniente dai musicisti che si sentono trattati male perché vedono spesso tagliati i propri live.

GIORDANO SANGIORGI > Non tagliamo nessuno, diamo a tutti lo stesso spazio democraticamente: dal più piccolo al più grande. In linea di massima cerchiamo di fare in modo che tutti abbiano lo spazio per suonare. E poi il MEI non vuole essere incentrato in alcun modo solo sui concerti, ma piuttosto vuole essere – e per fortuna molti l’hanno capito – un momento d’incontro e di discussione, e soprattutto di ascolto. Per uscire dai propri generi e aprirsi agli altri, per uscire dalla musica e entrare nel mondo del clip, della scrittura e dei diritti sulla musica. Ci interessa diminuire il valore del singolo protagonismo,già presente in dosi massicce nell’attuale tv berlusconiana: a noi interessano musicisti che siano anche operatori culturali e non chi arriva, suona, ripone gli strumenti e se ne va. È questo lo spirito che deve animare il MEI e chi partecipa, e questo vale per tutti gli operatori: dai musicisti ai produttori, dai promoter ai dj, fino ai giornalisti e ai club, chi viene deve farlo soprattutto per ascoltare e conoscere gli altri. Così è più facile contaminarsi, uscire dalle nicchie che se rimarranno frammentate continueranno a far dominare il mercato alle major, ma non se costruiranno dei grandi progetti unitari. E per farlo bisogna recuperare la dimensione dell’ascolto e il gusto per la discussione. A noi sembra di farlo con successo al MEI ch’è (credo) l’unico caso di dibattiti frequentatissimi e animatissimi.

Il MEI rimane comunque un investimento per chi vi partecipa acquistando uno spazio o chi attraversa mezza Italia per suonare. E – almeno credo – è anche un guadagno per gli organizzatori…

GIORDANO SANGIORGI > Il MEI – come ogni attività culturale di questo paese – è in perdita. Fortunatamente Comune e Regione ci sono molto vicini e coprono circa il 25% delle spese. Grazie al loro aiuto riusciamo ad essere in pareggio. Perché lo facciamo? Perché prima di tutto siamo mossi da grande passione e da grande amore per la musica. E poi perché è un momento d’incontro unico e imprescindibile, diventato oggi un punto di riferimento per la crescita e lo sviluppo della nuova scena indie contro lo strapotere delle major.

Veniamo alla classica domanda di Punto Gif, il tuo più grande fallimento?

GIORDANO SANGIORGI > I miei fallimenti come i miei successi sono stati tanti, come è naturale. A volte, non essermi spiegato bene, non essere riuscito ad arrivare a tutti quelli che si occupano del mondo indipendente, spiegando come sia forte in noi lo spirito di servizio verso questo mondo e come crediamo di avere intrapreso una strada che – salvaguardando l’identità e l’autonomia di ognuno – permetta di cogliere obiettivi comuni indispensabili per la crescita e lo sviluppo della nuova musica italiana, come quelli di avere più spazi per le indies nei grandi network radiotelevisivi [vedi polemiche con Pippo Baudo per le partecipazioni a Sanremo Giovani, NdR] oramai in mano alle multinazionali, di fare attività di promozione della musica italiana all’estero come entità unica e non frammentata, di lavorare insieme a progetti digitali in contrasto ai grandi portali e ai canali della telefonia anche questi in mano alle major.

Mattia Bergamini, Andrea Zoli e Marta Pedron

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